Senza Giustificazioni

Gionathan Brasiello
Gazebo Napoli 2026  •  Sermon  •  Submitted   •  Presented
0 ratings
· 3 views
Notes
Transcript

Introduzione

Questa sera desidero parlare su un tema molto semplice, ma profondamente spirituale: senza giustificazioni.
Tutti noi, in un modo o nell’altro, conosciamo il meccanismo della giustificazione. Giustificarsi significa rendere ragione di un comportamento, spiegare il motivo di una decisione, chiarire perché abbiamo agito in un certo modo oppure perché siamo rimasti in silenzio.
E bisogna dire che non tutte le giustificazioni sono sbagliate. Ci sono situazioni in cui spiegare le proprie ragioni è corretto, e persino doveroso. Per esempio, quando siamo stati impediti nel fare qualcosa che avevamo promesso, oppure quando cause di forza maggiore ci hanno bloccati.
Pensiamo all’apostolo Paolo. Egli aveva desiderato visitare i fratelli di Corinto, ma i suoi piani cambiarono. Per questo venne accusato di leggerezza, come se dicesse “sì” e “no” nello stesso tempo. Paolo allora spiegò le sue ragioni e difese la sincerità del suo ministero. Questo lo vediamo in 2 Corinthians 1:15–24.
C’è poi una giustificazione necessaria quando veniamo accusati ingiustamente. In quel caso dobbiamo difenderci, dobbiamo chiarire la nostra posizione, dobbiamo dire: “Io sono estraneo a quel fatto. Non ero presente. Non ho fatto ciò di cui mi accusate.”
Esiste anche una giustificazione fondata sull’ignoranza reale. Ci sono situazioni che non conosciamo, e allora possiamo dire sinceramente: “Mi dispiace, non lo sapevo. Non ero a conoscenza di questa cosa.”
Ma il problema nasce quando la giustificazione non è più un atto di verità, ma diventa una difesa del peccato. Quando non serve più a chiarire, ma a coprire. Quando non nasce da un cuore sincero, ma da un cuore che vuole evitare la responsabilità davanti a Dio.
Ci sono giustificazioni che possono convincere gli uomini, ma non reggeranno davanti al tribunale divino. Le scuse che forse hanno funzionato con mamma e papà, con tua moglie, con tuo marito, con i tuoi figli, con i tuoi amici, con i fratelli e le sorelle, con il tuo pastore o con chiunque ti abbia chiesto conto, crolleranno davanti a Colui che conosce i cuori, i pensieri, le intenzioni, i desideri e ciò che muove le nostre parole e le nostre azioni.
Ed è proprio questo che accade nel testo che abbiamo letto.
Luca ci presenta Gesù mentre viene avvicinato da un dottore della legge. Quest’uomo non era una persona qualsiasi. Era un esperto della legge, una sorta di avvocato religioso, una persona incaricata di conoscere, interpretare, trascrivere e insegnare le Scritture. Nella società giudaica del tempo, un uomo del genere godeva di rispetto, autorità e riconoscimento pubblico.
Il contesto è quello di una sfida pubblica. Nel mondo mediterraneo del primo secolo, i dibattiti tra maestri, dottori, filosofi ed esperti della legge erano comuni. Spesso erano vere e proprie battaglie dialettiche, dove uno cercava di mettere l’altro in difficoltà davanti alla gente.
Ed è esattamente ciò che avviene qui. Il dottore della legge si alza e pone una domanda a Gesù. Apparentemente potrebbe sembrare una domanda spirituale, ma Luca chiarisce subito che egli lo fece per metterlo alla prova (Luke 10:25).
È come se quest’uomo lanciasse il guanto di sfida a Gesù. Con tutta la sua preparazione, con tutta la sua sicurezza, con tutta la sua posizione pubblica, prova a mettere il Maestro in difficoltà. Ma Gesù, con una semplice risposta, lo disarma completamente.
E Luca, senza mezzi termini, al versetto 29 ci rivela il cuore della questione: “Ma egli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: E chi è il mio prossimo?”
Questa espressione è fondamentale: “volendo giustificarsi.”
Io mi sarei aspettato un’altra reazione. Mi sarei aspettato che il testo dicesse: “volendo umiliare se stesso”, oppure “volendo ammettere il proprio peccato”, oppure “desiderando confessare le proprie trasgressioni.” Quello sarebbe stato un bellissimo finale per questo incontro.
Ma non accade così.
Quest’uomo non appare rotto, contrito, desideroso della grazia e della misericordia di Dio. Non sembra consapevole dei propri limiti, della propria incapacità di adempiere perfettamente la legge del Signore. Al contrario, cerca di giustificarsi.
Il testo greco ha una forza ancora più intensa: l’idea è che quest’uomo desiderava proclamare se stesso giusto. Era in pubblico, davanti alla folla, e non voleva perdere la faccia. Non voleva che la risposta di Gesù facesse crollare la maschera della sua falsa giustizia.
La sua domanda, “E chi è il mio prossimo?”, non nasce da un cuore disposto a ubbidire. Nasce dal tentativo di restringere il campo, di alzare un polverone teologico, di trovare una scusa per coprire la propria mancanza d’amore.
1281State in guardia dall’autogiustizia. Il diavolo oscuro della dissolutezza distrugge centinaia di persone, ma il diavolo bianco dell’autogiustizia ne distrugge migliaia.
Charles Spurgeon
Per questo, questa sera, il messaggio è chiaro: non giustificarti davanti a Dio.

1. Non giustificarti, perché spesso la giustificazione è menzogna

Molte volte l’uomo si difende dicendo: “Non lo sapevo”, “Non ero a conoscenza”, “Non potevo sapere questa cosa.”
Eppure la Bibbia dice: “Se dici: ‘Ecco, noi non ne sapevamo nulla!’, colui che pesa i cuori non lo vede forse? Colui che veglia sulla tua anima non lo sa forse? Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere.” Proverbi 24:12
Il libro dei Proverbi ci insegna che Dio conosce profondamente il cuore e sa distinguere l’ignoranza reale da quella simulata.
Quando usiamo il “non sapevo” per sottrarci a una responsabilità che in realtà conoscevamo, o che avremmo dovuto e potuto conoscere, quella finta ignoranza diventa una forma di menzogna.
Possiamo ingannare gli uomini, ma non Colui che pesa i cuori.
Caino. Lo vediamo nella vita di Caino. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, il Signore gli domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?”
E Caino risponde: “Non lo so; sono forse il guardiano di mio fratello?” Genesi 4:9
Caino dice: “Non lo so.” Ma lo sapeva. Sapeva benissimo cosa era accaduto. La sua non era ignoranza: era una menzogna travestita da ignoranza.
E quante volte anche noi facciamo la stessa cosa davanti a Dio. Diciamo: “Non sapevo”, ma Dio sa che sapevamo. Diciamo: “Non avevo capito”, ma Dio sa che il problema non era la mancanza di comprensione, ma la mancanza di obbedienza.
Il dottore della legge fa qualcosa di simile. Il suo ragionamento implicito è questo: “Se non ho amato come dovevo, è perché non sapevo esattamente chi fosse il mio prossimo.”
Ma il suo problema non era la mancanza di informazioni. Il suo problema era la mancanza di amore.
Non giustificarti. Perché davanti a Dio la falsa ignoranza non regge.

2. Non giustificarti, perché spesso la giustificazione è banale e paradossale

Una seconda forma di giustificazione è quella banale, assurda, paradossale.
A volte le nostre giustificazioni sono così forzate da diventare ridicole. In Luca 14:18, nella parabola del grande convito, troviamo qualcuno che si scusa dicendo: “Ho comprato un campo e ho necessità di andarlo a vedere; ti prego di scusarmi.”
Il testo dice che tutti cominciarono a scusarsi. Il primo disse di aver comprato un campo e di dover andare a vederlo.
Ma chiunque abbia un minimo di buon senso negli affari, sia oggi che duemila anni fa, va a vedere il terreno prima di sborsare il denaro, non dopo.
Questa scusa è commercialmente un’assurdità.
Eppure mostra quanto diventino ridicole, forzate e paradossali le nostre scuse quando cerchiamo di difenderci davanti a Dio.
Mettiamo da parte Dio. Mettiamo da parte le relazioni. Mettiamo da parte la chiamata. Mettiamo da parte l’invito del Signore.
E tutto questo per rincorrere le nostre priorità materiali.
Quante volte anche noi diciamo: “Signore, non posso venire”, “non posso servire”, “non posso ubbidire”, “non posso perdonare”, “non posso amare”, e poi, se siamo onesti, ci accorgiamo che la nostra scusa non è altro che il tentativo di proteggere ciò che abbiamo messo prima di Dio.
Il dottore della legge prova a fare la stessa cosa. Invece di lasciarsi raggiungere dalla Parola di Gesù, costruisce un’altra domanda. Invece di dire: “Signore, io non ho amato come dovevo”, preferisce domandare: “E chi è il mio prossimo?”
Non cerca una risposta per ubbidire. Cerca una scusa per rimandare.
Non giustificarti. Perché davanti al Signore anche le scuse più raffinate possono rivelarsi povere, vuote e assurde.

3. Non giustificarti, perché spesso la giustificazione scarica la responsabilità sugli altri

Una terza forma di giustificazione è la giustificazione per delega o per confronto. È ciò che noi definiamo, in maniera colloquiale, lo “scaricabarile.”
È il tentativo di giustificare i propri fallimenti guardando ai peccati altrui o incolpando le circostanze.
Si riassume nella celebre frase: “Lo fanno tutti.” Oppure: “C’è chi fa peggio di me.”
L’uomo ha sempre cercato, fin dall’inizio della sua storia, di alleggerire la propria colpa spostando i riflettori su un altro colpevole.
Adamo. Il classico esempio è quello di Adamo nel giardino dell’Eden: “La donna che tu mi hai messa accanto mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato.” Genesi 3:12
Adamo prova a spostare la responsabilità. Incolpa la donna, ma indirettamente prova persino a coinvolgere Dio: “La donna che tu mi hai messa accanto.”
Ma questa giustificazione non regge, perché la responsabilità davanti a Dio è strettamente personale.
Il fango morale prodotto dagli altri non riuscirà mai a pulire il fango che c’è sulle nostre mani. Nascondersi dietro i difetti altrui non cambia la realtà del nostro cuore.
Dire “lo fanno tutti” non cancella il peccato. Dire “c’è chi fa peggio di me” non produce giustizia. Dire “è colpa degli altri” non trasforma il cuore.
Il dottore della legge cerca di spostare il problema. Non dice: “Signore, io non ho amato abbastanza.” Dice: “Chi è il mio prossimo?” Come se il problema fosse la definizione del prossimo, e non la durezza del suo cuore.
Ma Gesù, con la parabola del buon Samaritano, ribalta la domanda. Il punto non è soltanto sapere chi sia il prossimo da amare, ma diventare prossimo verso chi ha bisogno di misericordia.
Davanti a Dio non saremo giudicati per le scuse che abbiamo saputo costruire, ma per la verità che abbiamo rifiutato di riconoscere.

Conclusione

Il momento piu’ alto nella vita di Davide? Per molti e’ quando il gigante Goliath viene ucciso. A mio modesto parere credo sia quando Nathan confronta il re d’Israele dopo aver commesso adulterio, menzogna ed omicidio su commissione.
Nathan, dopo aver presentato una parabola, denuncia Davide: “Tu sei quell’uomo…” (2 Samuel 12:7).
Davide non si giustifica: “Ero sotto pressione. Sono il re. È stato un momento di debolezza. Anche altri fanno peggio. Le circostanze mi hanno portato lì.”
Davide ammette: “Ho peccato contro il Signore. E Nathan rispose a Davide: “E l’Eterno ha perdonato il tuo peccato…” (2 Samuel 12:13).
Davanti a Dio l’unica via d’uscita non è fabbricare giustificazioni migliori. L’unica via d’uscita è avere l’onestà di deporre ogni maschera.
Questa sera, non giustificarti.
Non indurire il tuo cuore. Non provare a tirare un altro colpo. Non cercare un’altra scusa. Non nasconderti dietro un’altra domanda.
Chiedi grazia. Chiedi perdono. Chiedi salvezza.
Perché davanti a Cristo non hai bisogno di sembrare giusto. Hai bisogno di essere salvato.
Related Media
See more
Related Sermons
See more
Earn an accredited degree from Redemption Seminary with Logos.